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	<title>Co.Scienza</title>
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	<description>Risorse per la comunicazione scientifica</description>
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		<title>Il destino di Spirit</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Mar 2010 11:12:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Di Rosa</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;avevamo lasciato bloccato nelle sabbie marziana, impossibilitato ad andare avanti o indietro. Che fine ha fatto ora Spirit? Dopo i vari tentativi falliti di liberarlo, la NASA ha deciso dopo sei anni di esplorazioni senza precedenti del Pianeta Rosso, di riutilizzare il rover come Piattaforma Scientifica Stazionaria.

“Spirit non è morto ma è solo entrato in un’altra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L&#8217;avevamo lasciato bloccato nelle sabbie marziana, impossibilitato ad andare avanti o indietro. Che fine ha fatto ora Spirit? Dopo i vari tentativi falliti di liberarlo, la NASA ha deciso dopo sei anni di esplorazioni senza precedenti del Pianeta Rosso, di riutilizzare il rover come <strong>Piattaforma Scientifica Stazionaria.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span id="more-914"></span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="font-weight: normal;">“Spirit non è morto ma è solo entrato in un’altra fase della sua lunga vita” ammette </span><span style="font-weight: normal;">Doug McCuistion</span><span style="font-weight: normal;">, direttore del programma NASA per l’Esplorazione Marziana “Lo scorso anno abbiamo confessato al mondo intero che i tentativi di liberare Spirit sarebbero risultati infruttuosi e sembra proprio che il sito attuale del rover sarà quello definitivo”. </span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="font-weight: normal;">Inizia così la seconda vita del rover della Nasa, il cui primo compito sarà quello di posizionarsi in modo tale da combattere i rigori dell’inverno marziano. Attualmente, infatti, </span><span style="font-weight: normal;">Spirit</span><span style="font-weight: normal;"> è leggermente inclinato verso Sud, mentre il sole invernale culmina verso settentrione. Inclinare di qualche grado il robottino verso Nord servirebbe ad aumentare l’energia incidente sui pannelli solari.Se riuscisse a sopravvivere, proseguirebbe le sue attività di ricerca in nuovi esperimenti scientifici stazionari e da qui la sua missione potrà durare mesi se non anni.</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong><span style="font-weight: normal;">Sfruttando il connubio tra il nuovo stato di stazionarietà e il <strong>tracciamento via radio di un punto fisso della superficie di Marte (dove si trova Spirit)</strong> sarà possibile, infatti, misurare le oscillazioni dell’asse di rotazione del pianeta, cosa che potrebbe permettere di conoscere approfonditamente il moto di rotazione di Marte e quindi l’interno del pianeta. Importanti risultati potrebbero essere raggiunti anche dallo studio del suolo intorno al </span><span style="font-weight: normal;">rover</span><span style="font-weight: normal;">, che dovrebbe cambiare in presenza di acqua.  Altre informazioni potrebbero essere raccolti anche sulla meteorologia di Marte.</span></strong></p>
<h3><strong><span style="font-weight: normal;">La storia</span></strong></h3>
<p style="text-align: justify;">Spirit è atterrato su Marte il 3 gennaio 2004 poco prima del suo gemello <strong>Opportunity</strong>, che ha invece toccato il suolo il 24 gennaio. La durata della loro missione era programmata di 3 mesi. Ma i due robottini, sorprendendo anche i più speranzosi, hanno superato tutte le aspettative, lavorando instancabilmente da 6 anni.<br />
In tutto questo tempo, Spirit ha trovato tracce di un antico ambiente <strong>violento</strong> e pieno di <strong>vapore</strong>, nettamente differente da quello secco e arido testimoniato da Opportunity, il quale ha operato parallelamente in un’altra parte del pianeta.</p>
<p style="text-align: justify;">Dieci mesi fa, poi, mentre Spirit si stava muovendo verso sud nei pressi del bordo di una pianura chiamata <strong>Home Plate</strong>, le sue ruote sono incappate in una superficie fragile che si è rotta facendole sprofondare nella sabbia sottostante. Diversi sono stati i tentativi per liberarlo ma a novembre un’altra ruota ha smesso di funzionare, peggiorando ulteriormente la situazione e l&#8217;inverno incipiente hanno convinto i tecnici di Pasadina di cambiare le strategie, destinando il rover ad una nuova vita ma fortunatamente non al pensionamento.</p>
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		<title>Dalle viscere della Terra al Gran Sasso</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Mar 2010 06:00:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Serena Sgroi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Boxerino (Boron Experiment for neutrinos), fiore all&#8217;occhiello dei laboratori sotterranei del Gran Sasso dell&#8217;INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare), ha rivelato per la prima volta al mondo le antiparticelle provenienti dal cuore della Terra (geoneutrini). L&#8217;esperimento, coordinato da Gianpaolo Bellini, ricercatore del dipartimento di fisica dell&#8217;Università degli studi di Milano, è nato agli inizi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il Boxerino (Boron Experiment for neutrinos), fiore all&#8217;occhiello dei laboratori sotterranei del Gran Sasso dell&#8217;INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare), ha rivelato per la prima volta al mondo le antiparticelle provenienti dal cuore della Terra (geoneutrini). L&#8217;esperimento, coordinato da Gianpaolo Bellini, ricercatore del dipartimento di fisica dell&#8217;Università degli studi di Milano, è nato agli inizi degli anni &#8216;90, ed è frutto di una collaborazione internazionale di oltre cento ricercatori, provenienti da Italia, Francia, Germania, Russia e Stati Uniti.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-923"></span></p>
<p style="text-align: justify;">I dati ottenuti dall&#8217;esperimento, riportato su <a href="http://arxiv.org/" target="_blank">arXiv.org</a>, sono una importantissima fonte di informazioni sulla distribuzione degli elementi radioattivi all&#8217;interno del nostro pianeta, la quale genera dei moti convettivi, direttamente connessi con gli eventi vulcanici e i terremoti. La rilevazione dei geoneutrini è la testimonianza di tali decadimenti radioattivi; i geoneutrini sono antineutrini, antiparticelle cioè, dotate di una piccolissima massa, e di carica elettrica nulla, difficilissime da osservare, e poco interagenti con la materia, dotate quindi, della capacità di attraversarne indisturbate grandi quantità.</p>
<p style="text-align: justify;">A livello mondiale, questa prima misurazione dei geoneutrini non solo è di fondamentale importanza per capire quale sia il modello esatto di distribuzione di energia calorifica nel mantello terrestre, ma contribuisce anche a rinforzare l&#8217;ipotesi che il calore sia prodotto a migliaia di chilometri sotto la crosta terrestre, dai decadimenti beta degli isotopi naturali radioattivi, che si trovano al centro del nostro pianeta.</p>
<p style="text-align: justify;">Per rilevare i geoneutrini sono state disposte una sfera di acciaio, contenente mille tonnellate di un idrocarburo (lo pseudocumene) , immersa in 2.400 tonnellate di acqua ultrapura e una sfera di nylon più piccola che contiene 300 tonnellate di liquido scintillatore che reagisce con i neutrini producendo lampi di luce; i 2200 fotomoltiplicatori, fissati sulla sfera in acciaio, costituiscono il sistema di rilevazione vero e proprio.</p>
<p style="text-align: justify;">Fondamentale per la riuscita dell’esperimento è stata la riduzione della radioattività dello scintillatore stesso. Per raggiungere questo risultato sono state sviluppate dai fisici, dai chimici e dagli ingegneri della collaborazione numerose tecniche di radiopurificazione, fino al ragigungimento del più basso livello di radiopurificazione mai avuto prima, in aggiunta alla lontananza del sito del Gran Sasso da reattori nucleari.</p>
<p style="text-align: justify;">&#8220;Ancora una volta il Laboratorio del Gran Sasso dimostra di essere un centro di ricerca di eccellenza nel campo della fisica astroparticellare&#8221; ha detto Lucia Votano, direttrice dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso.</p>
<p style="text-align: justify;">Riferimento: <a href="http://arxiv.org/abs/1003.0284" target="_blank">arXiv:1003.0284 </a></p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Invecchiare prima per colpa di un gene</title>
		<link>http://www.coscienza.net/invecchiare-prima-per-colpa-di-un-gene/</link>
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		<pubDate>Fri, 05 Mar 2010 06:30:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Katia Clemente</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[genetica]]></category>
		<category><![CDATA[invecchiamento]]></category>
		<category><![CDATA[mutazioni genetiche]]></category>
		<category><![CDATA[Nilesh Samani]]></category>
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		<description><![CDATA[L’invecchiamento cronologico e quello biologico non sempre vanno di pari passo. I ricercatori dell’Università di Leicester e del King’s College di Londra, in collaborazione con l’Università di Groningen in Olanda, hanno identificato le varianti genetiche responsabili dell’invecchiamento biologico nell’uomo, in uno studio pubblicato su Nature Genetics.
Il gene “colpevole” è chiamato TERC ed è implicato nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L’invecchiamento cronologico e quello biologico non sempre vanno di pari passo. I ricercatori dell’Università di Leicester e del King’s College di Londra, in collaborazione con l’Università di Groningen in Olanda, hanno identificato le varianti genetiche responsabili dell’<strong>invecchiamento biologico</strong> nell’uomo, in uno studio pubblicato su <em>Nature Genetics</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-901"></span>Il gene “colpevole” è chiamato <strong>TERC</strong> ed è implicato nel mantenimento della lunghezza dei telomeri, la cui scoperta è valsa l’assegnazione del Premio Nobel per la Medicina nel 2009.  I telomeri sono le sequenze di Dna presenti alle estremità dei cromosomi che impediscono la perdita di informazione genetica durante la divisione cellulare. Ad ogni replicazione, però, la lunghezza dei telomeri si riduce progressivamente e le cellule diventano incapaci di duplicarsi correttamente, invecchiano e muoiono. Per questo motivo i telomeri sono considerati gli indicatori dell’invecchiamento cellulare, come una specie di orologio biologico.<br />
Dopo aver analizzato più di 500.000 varianti genetiche nell’intero genoma umano, i ricercatori hanno individuato e studiato quelle in prossimità del gene TERC, dimostrando che  “gli individui portatori di queste varianti hanno telomeri più corti e sembrano biologicamente più anziani”, come spiega <strong>Nilesh Samani</strong>, docente di cardiologia presso l’Università di Leicester. Sembrerebbe quindi che alcune persone siano geneticamente programmate a invecchiare più velocemente di altre, fino ad aggiungere quasi 4 anni alla loro età anagrafica. Gli individui a cui sono toccate in sorte queste mutazioni genetiche manifestano ancora più marcatamente i segni del tempo se esposti ai non trascurabili fattori di rischio come fumo, obesità e sedentarietà, notoriamente nemici della salute.<br />
“Questa scoperta può aiutarci a identificare quei pazienti che corrono maggiori rischi di sviluppare malattie legate all’invecchiamento, ma anche patologie cardiache e alcuni tipi di cancro” ha dichiarato Tim Spector del King&#8217;s College, autore principale dello studio</p>
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		<title>Nanomedicina: la scommessa italiana</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Mar 2010 06:30:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Lisa Bonfranceschi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Francesco Stellacci]]></category>
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		<description><![CDATA[Parte a Milano il primo progetto di ricerca del CEN, il Centro Europeo di Nanomedicina, che prevede lo sviluppo di nuove tecnologie e nuovi materiali per migliorare la diagnosi e la cura nelle malattie neurologiche.
La Nanomedicina cerca di applicare le scoperte delle nanotecnolgie alla medicina, soprattutto nel campo della diagnosi e del veicolo di farmaci. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Parte a Milano il primo progetto di ricerca del CEN, il<strong> Centro Europeo di Nanomedicina</strong>, che prevede lo sviluppo di nuove tecnologie e nuovi materiali per migliorare la diagnosi e la cura nelle malattie neurologiche.<br />
La Nanomedicina cerca di applicare le scoperte delle nanotecnolgie alla medicina, soprattutto nel campo della diagnosi e del veicolo di farmaci. Il CEN, finanziato dalla regione Lombardia, è nato a luglio dall’unione di dieci tra istituti di ricerca pubblici e privati, con lo scopo di rafforzare la ricerca italiana nei campi non solo della neurologia ma anche delle malattie cardiovascolari e del cancro.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-894"></span> &#8220;Con l&#8217;attività della Fondazione per la quale abbiamo già investito 6,6 milioni di euro e l&#8217;avvio di questo progetto in particolare &#8211; ha detto il presidente della Regione Lombardia<strong> Roberto Formigoni</strong> in una conferenza stampa &#8211; stiamo costruendo il futuro. Non a caso il settore biotech è considerato tra le 10 tecnologie che cambieranno il mondo e che sicuramente potrà rappresentare la forza economica del nostro Paese nei prossimi anni&#8221;.<br />
A capo del progetto un cervello italiano: <strong>Francesco Stellacci</strong>, giovane esperto mondiale nelle nanotecnologie che torna in Italia dopo dieci anni passati in America, al MIT di Boston.<br />
Come ha detto lo stesso Stellacci “Si realizza un sogno che ho da piu&#8217; di 10 anni. La ricerca e&#8217; una componente importante della societa&#8217;, uno dei motori dell&#8217;economia nel mondo sviluppato. Con il nostro lavoro speriamo di poter insegnare a tutto il sistema Italia come si fa ricerca al massimo livello. Questo centro ha iniziato nel modo migliore: stiamo gia&#8217; lavorando a un nuovo sistema di farmaci per il cancro al cervello, e contro il morbo della mucca pazza&#8221;. Infatti, Stellacci e i suoi collaboratori hanno sviluppato delle nanoparticelle d’oro rivestite di molecole sintetiche in grado di bloccare negli animali l’<strong>aggregazione dei prioni</strong>, le proteine ‘anomale’ coinvolte nella degenerazione neurologica associata al morbo della mucca pazza. Le altre linee di ricerca prevedono lo sviluppo di nano particelle in grado di veicolare i farmaci direttamente al sito d’azione, la creazione di micro sensori da impiegare nella diagnosi precoce di malattie e lo sviluppo di materiali autoassemblanti da impiegare nella medicina rigenerativa.<br />
L’investimento della Lombardia nella ricerca come macchina economica e nei cervelli italiani come motore di questa macchina rappresentano la scommessa dell’Italia di creare un centro di attrazione internazionale per la Nanomedicina. A tal proposito Formigoni ha affermato &#8221;Credo nella circolarita&#8217; dei cervelli. E&#8217; giusto che i nostri migliori ricercatori possano fare esperienza all&#8217;estero, a patto che poi si costruiscano le condizioni per farli tornare. Vogliamo essere sempre piu&#8217; attrattivi anche nei confronti dei giovani cervelli stranieri, perchè il capitale umano e&#8217; una risorsa fondamentale per costruire il futuro”.</p>
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		<title>Sisma in Cile ha accorciato la durata del giorno</title>
		<link>http://www.coscienza.net/sisma-in-cile-ha-accorciato-la-durata-del-giorno/</link>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 17:26:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Di Rosa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[asi]]></category>
		<category><![CDATA[asse inerzia]]></category>
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		<description><![CDATA[Il violentissimo terremoto del Cile, ha causato uno spostamento dell&#8217;asse di inerzia della Terra rispetto a quello di rotazione modificando la durata del giorno. La differenza è stata calcolata da Richard Gross del Jet Propulsion Laboratory (Jpl) di Pasadena, in California tramite un modello matematico complesso. Per la precisione il giorno si è accorciato di 1,26 microsecondi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il violentissimo <strong>terremoto del Cile</strong>, ha causato uno spostamento dell&#8217;<strong>asse di inerzia della Terra </strong>rispetto a quello di <strong>rotazione <span style="font-weight: normal;">modificando la durata del giorno</span>. </strong>La differenza è stata calcolata da Richard Gross del Jet Propulsion Laboratory (Jpl) di Pasadena, in California tramite un modello matematico complesso. Per la precisione il giorno si è accorciato di 1,26 microsecondi, ossia 1,26 milionesimi di secondo con un escursione del asse d&#8217;inerzia rispetto a quello di rotazione di circa 2,7 millisecondi di arco, pari a 8 centimetri</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-911"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Basandosi sui dati prodotti dalla rete mondiale dell&#8217;<strong>International Laser Ranging Service</strong>, che usa i laser per misurare con risoluzione millimetrica la distanze tra una reti di stazioni di Terra e riflettori posti su satellite, il <strong>Centro di Geodesia Spaziale di Matera dell&#8217;Agenzia Spaziale Italiana </strong>(che dal 2004 ne è il Centro Primario Ufficiale di Combinazione), ha misurato il moto residuo del polo rispetto a valori predetti, aggiornatissimi ma non influenzati dal sisma stesso. I risultati preliminari non mostrano scarti significativi, cioè superiori a 1 millisecondo d&#8217;arco, pari a circa 3 cm.</p>
<p style="text-align: justify;">E&#8217; bene però specificare che <strong>spostamenti ben maggiori</strong> si verificano continuamente. La Terra infatti non è assimilabile a un corpo rigido; la distribuzione delle masse al suo interno può variare a causa della circolazione atmosferica o oceanica, a causa appunto di terremoti o a causa dei moti di marea e dei movimenti dei ghiacciai.</p>
<p style="text-align: justify;">Quando enormi masse si ridistribuiscono entro il volume della Terra, l&#8217;asse di istantanea rotazione terrestre tende a stabilizzarsi attorno all’<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Momento_di_inerzia#Momento_di_inerzia_tensoriale_.28tensore_d.27inerzia.29">asse di inerzia</a>.</p>
<p style="text-align: justify;">Questi cambiamenti, però, sono troppo piccoli per incidere in alcun modo sulla vita umana né sull&#8217;ambiente fisico terrestre.</p>
<p style="text-align: justify;">Fonte: <a href="http://www.asi.it/it/news/sisma_in_cile_e_asse_terrestre_lanalisi_del_centro_di_matera">ASI</a></p>
<p><strong><br />
</strong></p>
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		<title>Distrofia muscolare: dall&#8217;Italia nuove speranze</title>
		<link>http://www.coscienza.net/distrofia-muscolare-dallitalia-nuove-speranze/</link>
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		<pubDate>Thu, 04 Mar 2010 13:53:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Lisa Bonfranceschi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[Distrofia muscolare]]></category>
		<category><![CDATA[italia]]></category>
		<category><![CDATA[medicina]]></category>
		<category><![CDATA[mioblasti]]></category>
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		<description><![CDATA[Una ricerca tutta italiana apre nuove speranze per arrestare la degenerazione muscolare che colpisce i malati di Distrofia Muscolare di Duchenne (DMD), grave malattia genetica dei muscoli. Lo studio, finanziato da Telethon e guidato dalla prof.ssa Paola Bruni dell’Università di Firenze, è stato pubblicato sulla rivista Molecular Biology of Cell.
 La distrofia muscolare di Duchenne [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Una ricerca tutta italiana apre nuove speranze per arrestare la degenerazione muscolare che colpisce i malati di Distrofia Muscolare di Duchenne (DMD), grave malattia genetica dei muscoli. Lo studio, finanziato da Telethon e guidato dalla prof.ssa <strong>Paola Bruni</strong> dell’Università di Firenze, è stato pubblicato sulla rivista <em>Molecular Biology of Cell</em>.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-892"></span> La <strong>distrofia muscolare di Duchenne</strong> è una malattia genetica causata dall’assenza di una proteina, la distrofina, che determina perdita progressiva della forza muscolare e, di conseguenza, perdita delle abilità motorie.<br />
In condizioni normali, quando un muscolo subisce un danno è riparato da cellule di origine staminale note come mioblasti. Queste cellule riparano il danno formando nuove fibre muscolari e ricostruendo quindi il muscolo. Nei malati di DMD i mioblasti però non ricostruiscono fibra muscolare ma originano invece tessuto fibroso e trasformano il muscolo in un tessuto rigido, incapace di contrarsi e di svolgere le sue normali funzioni.<br />
I ricercatori dell’Università di Firenze hanno scoperto come i <strong>mioblasti</strong> riescano a originare tessuto fibroso anziché tessuto muscolare.<br />
La risposta si trova nell’aumento di una proteina: la sfingosina 1-fosfato, che ha effetti diversi nelle cellule a seconda del recettore cui si lega. Quando la proteina lega il recettore S1P2 sulla superficie dei mioblasti questi si differenziano in muscolo, quando invece si lega al recettore S1P3 i mioblasti differenziano in tessuto fibroso. In condizioni di fibrosi, infatti, l’aumentata produzione di sfingosina 1-fostato coincide con un aumento del recettore S1P3.<br />
La scoperta di questo importante meccanismo potrebbe essere un giorno sfruttata per impedire la formazione di tessuto fibroso, usando farmaci in grado di bloccare il recettore S1P3. Questo non rappresenterebbe tuttavia una cura, ma aiuterebbe a combattere la degenerazione muscolare della DMD e di altre malattie degenerative dei muscoli, migliorando la qualità di vita dei pazienti. I ricercatori dovranno però prima dimostrare in vivo che il blocco di S1P3 sia in grado di rallentare la degenerazione muscolare.</p>
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		<title>Ancora in attesa i lavoratori della Glaxo Verona</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 08:54:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimiliano Oddi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[GlaxoSmithKline]]></category>
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		<category><![CDATA[Maurizio Sacconi]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo l’annuncio choc della multinazionale farmaceutica, sulla chiusura del centro ricerche, che comporterebbe la perdita di almeno 600 posti di lavoro.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La <strong>GlaxoSmithKline</strong> ha deciso di chiudere entro il 2010 il suo centro ricerche di Verona. Lo ha comunicato il 3 febbraio il direttore mondiale R&amp;S dell’azienda multinazionale farmaceutica britannica Slaoui Moncef. Il ministro del lavoro <strong>Maurizio Sacconi</strong> cerca di tranquillizzare gli animi:  «Noi vogliamo, non solo salvare quei posti di lavoro, non solo dare una risposta a quelle persone, come e&#8217; doveroso, ma anche salvaguardare questo pezzo storico della ricerca scientifica e farmacologica in Italia».</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-873"></span>L’annuncio della chiusura del centro, ha gettato nel panico i 550 ricercatori impiegati in questo polo scientifico-tecnologico di eccellenza. La GlaxoSmithKline è la seconda azienda farmaceutica a livello mondiale con 30,8 miliardi di dollari di fatturato, superata solamente dal colosso americano <strong>Pfizer</strong> (47,1 miliardi di dollari). La sua crescita nel 2009 è stata “solamente” dell’ 11% rispetto a quella del 14% che si aspettavano gli azionisti. Ha così deciso di tagliare i costi per 794 milioni di euro, la metà dei quali proverranno dalla dismissione della ricerca nel settore delle neuroscienze, il fiore all’occhiello, appunto, del centro veronese.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è poco da consolarsi se l’azienda annuncia che i tagli non riguarderanno solo l’Italia, ma ben sei istituti di eccellenza, di cui uno negli Stati Uniti e cinque in Europa (tra cui quello di Verona). L’annuncio rafforza l’ipotesi che il piano industriale sia ormai decollato e che le possibili soluzioni al problema italiano saranno, se mai, dei palliativi per tamponare l’imminente perdita di posti di lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 25 febbraio a Roma alle 16 si è aperto un tavolo interministeriale al quale partecipano i ministri Ferruccio Fazio, Maurizio Sacconi e <strong>Claudio Scajola</strong> ministro dello  Sviluppo economico. I lavori sono in corso e Sacconi ha dichiarato: «Ci siamo dati un mese di tempo», ma i lavoratori ancora manifestano in trepidante attesa per sapere cosa sarà del loro futuro.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo scorso anno la Glaxo ha ottenuto dal governo, attraverso l’<strong>Agenzia Italiana del Farmaco</strong>, uno stanziamento di 24 milioni di euro per finanziare le sue ricerche. Oggi annuncia di avere altri piani per il futuro e guarda a mercati più redditizi e convenienti. I 550 ricercatori di Verona sono soltanto la punta di un Iceberg, nello stabilimento sono occupati circa altri mille dipendenti Glaxo e, sparsi per l’Italia, cinquecento lavoratori della divisione commerciale. Se il castello comincia a sgretolarsi, a rischio ci sono molte altre persone.</p>
<p style="text-align: justify;">«Anni per studiare, anni per sperimentare, un minuto per licenziare»: e&#8217; uno dei cartelli che i lavoratori di GlaxoSmithKline hanno appeso fuori dai cancelli del Centro ricerche di Verona. «La valenza etica – hanno sottolineato i ricercatori Glaxo &#8211; delle azioni che una società compie, soprattutto un&#8217;azienda farmaceutica, deve essere improntata alla responsabilità, in particolare quella sociale, non solo sulla base di un taglio dei costi o per garantire un sempre maggiore guadagno per gli azionisti».</p>
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		<title>Ricciardi: storia e rischio attuale nel Diario del Vesuvio</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 06:00:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Carolina Raiola</dc:creator>
				<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[eruzione]]></category>
		<category><![CDATA[geologia]]></category>
		<category><![CDATA[giovanni ricciardi]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[vesuvio]]></category>

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		<description><![CDATA[Più che studiarlo, Giovanni Ricciardi – ricercatore dell’Osservatorio vesuviano – il Vesuvio lo ama. E il suo amore l’ha riversato, insieme alla pazienza e all’acume del ricercatore scientifico, in un volume da poco disponibile nelle librerie dal titolo “Diario del Monte Vesuvio. Venti secoli di immagini e cronache di un vulcano nella città”, che sarà [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;">Più che studiarlo, <strong>Giovanni Ricciardi</strong> – ricercatore dell’Osservatorio vesuviano – il Vesuvio lo ama. E il suo amore l’ha riversato, insieme alla pazienza e all’acume del ricercatore scientifico, in un volume da poco disponibile nelle librerie dal titolo “<strong>Diario del Monte Vesuvio. Venti secoli di immagini e cronache di un vulcano nella città</strong>”, che sarà presentato al museo MAV di Ercolano il prossimo 26 febbraio. Il totale è di quasi novecento pagine: centinaia e centinaia di secoli (dalle origini ad oggi) sulle quali la storia del Vesuvio si dipana raccontata dalle rappresentazioni grafiche e dalle testimonianze eccellenti (da Plinio il Giovane a Winckelmann, da William a Palmieri) e interpretata da Ricciardi alla luce dell’evoluzione delle teorie vulcanologiche.<span id="more-861"></span></div>
<p></p>
<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;"><strong>Un volume corposo come il Diario non solo si legge, ma si consulta. L’intento che vi è alla base è educativo?</strong></div>
<p></p>
<div style="text-align: justify;">Certamente. Ho cercato innanzitutto di divulgare informazioni, scrivendo. E poi ho scelto di concentrarmi su un aspetto spesso trascurato dai tanti testi finora pubblicati: la classificazione delle immagini del Vesuvio e la raccolta dei testi scritti dai testimoni oculari delle eruzioni che si sono succedute nel tempo. E’ possibile una doppia lettura del testo, dunque: da un lato, la consultazione delle testimonianze e delle immagini; dall’altro, la lettura delle mie introduzioni, che ricostruiscono le teorie vulcanologiche delle varie epoche, descrivono l’attività e la conformazione del vulcano e contestualizzano gli scritti dell’epoca.</div>
<p></p>
<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;"><strong>Non solo scienza e storia: i testi raccolti e le introduzioni di carattere scientifico pongono l’attenzione su come la gente reagiva all’eruzione. Lei si riesce a spiegare il motivo per cui il Vesuvio continua ad essere abitato, nonostante la sua pericolosità?</strong></div>
<p></p>
<div style="text-align: justify;">E’ tutto legato al fatto che il Vesuvio, in realtà, non ha mai fatto veramente paura. La percezione del rischio è stata sempre bassissima, nella storia: nel 79 d.C. i pompeiani pensavano che il Vesuvio fosse un semplice monte; nel Medioevo il territorio era abitato da non più di 40.000 persone e il rischio era bassissimo; l’eruzione del 1631, seppure molto forte, è durata non più di una settimana. Solo negli ultimi anni è aumentata esponenzialmente, perché sappiamo che siamo in 600.000. Ma continuiamo ad abitare qui perché sappiamo anche il monitoraggio continuo a cui il Vesuvio è sottoposto compensa questo rischio.</div>
<p></p>
<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;"><strong>Dati gli studi approfonditi da lei condotti, cosa ne pensa delle teorie (si veda quella di Mastrolorenzo, Sheridan e Pappalardo) che presumono che più passa il tempo e più probabilità ci sono che la prossima eruzione sia talmente catastrofica da travalicare la zona rossa?<br />
</strong></div>
<p></p>
<div style="text-align: justify;">Penso che queste teorie non siano del tutto affidabili perché non considerano le attuali caratteristiche del magma. E’ vero che ci sono state (ad esempio nel 4000 a.C.) eruzioni che hanno coinvolto anche Avellino, però è vero anche che alcune recenti ricerche reperibili anche presso l’Osservatorio vesuviano dimostrano che attualmente la concentrazione di silice nel magma è inferiore rispetto al passato. Dato che il silice è il componente indicativo della esplosività delle eruzioni, questo dato indica che la prossima eruzione con molta probabilità non potrà essere più pericolosa di quella del 1631.</div>
<p></p>
<div id="_mcePaste" style="text-align: justify;"><strong>Dalla sua risposta si deduce dunque che l’attuale zona rossa non debba essere ulteriormente estesa, come invece ipotizza quella parte di comunità scientifica.</strong></div>
<p></p>
<div style="text-align: justify;">Assolutamente. Le fasce sono state disegnate tenendo conto che il massimo evento atteso è una subpliniana come quella del 1631, come dimostrano le analisi del magma. L’eruzione di allora, peraltro, non riuscì a colpire neanche Pompei.</div>
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
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		<title>Rapporto fra scienza e blog</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Mar 2010 09:35:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Di Rosa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[Blog]]></category>
		<category><![CDATA[comunicazione scientifica]]></category>
		<category><![CDATA[giornalisti]]></category>
		<category><![CDATA[web 2.0]]></category>

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		<description><![CDATA[Negli ultimi anni si è registrata una diminuzione dei posti di lavoro fulltime per i giornalisti scientifici nelle redazioni dei mezzi di comunicazione di massa. Il problema è talmente serio da aver destato la preoccupazione di tutti i comunicatori scientifici che hanno cercato di identificarne le cause ma anche gli effetti.
 Sebbene, infatti, la comunicazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Negli ultimi anni si è registrata una diminuzione dei posti di lavoro fulltime per i <strong>giornalisti scientifici</strong> nelle redazioni dei mezzi di comunicazione di massa. Il problema è talmente serio da aver destato la preoccupazione di tutti i comunicatori scientifici che hanno cercato di identificarne le cause ma anche gli effetti.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-851"></span> Sebbene, infatti, la <strong>c</strong><strong>omunicazione scientifica</strong> goda di un periodo di relativo splendore, la figura del giornalista scientifico vecchio stampo, quello a cui gli editori chiedevano grandi reportages approfonditi va scomparendo. A sostituirlo ci sono gruppi di freelance, di solito scienziati, spesso giovani che per militanza o come secondo lavoro si dedicano a produrre informazione scientifica a basso costo e di solito plasmate sulle press releases.<br />
Ma non sono solo i protagonisti a cambiare. Mutano anche i modi e le forme del giornalismo scientifico. Basti pensare all&#8217;uso dei potenti mezzi di comunicazioni offerti del <strong>web 2.0</strong>: come i social network (Facebbok, twitter e YouTube su tutti) e i blogs, che applicati alla comunicazione pubblica della scienza possono garantire una più ampia partecipazione dei cittadini.<br />
Tuttavia una parte della comunità scientifica, osteggia questa deriva sottolineando alcuni punti deboli che rendono per esempio il blog uno strumento non adatto alla <strong>divulgazione delle scienze</strong>. Vediamoli insieme:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>Il blog essendo molto personale e soggettive può portare a commenti ideologicamente guidati e quindi bloccare il vero dibattito.</li>
<li>La mancanza di <strong>convenzioni di genere</strong> crea aspettative personali nel lettore che spesso vengono disattese impedendo lo sviluppo di una readership stabile.</li>
<li>Il blog spesso crea una comunità chiusa che ha il vantaggio di garantire il dibattito ma crea anche un ambiente in cui è difficile integrare chi viene dall&#8217;esterno.</li>
<li>Non sempre il blog è capace di creare una community seppur di nicchia perchè il limite di molti blogger è quello di plasmare le proprie news su altre senza creare nulla di nuovo. Così facendo è difficile creare dibattito e mala che vada commentano solo gli scienziati.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">Ovviamente, questi sono casi estremi, ma sono derive verso cui i blogger indubbiamente tendono. La principale motivazione è che spesso con tali sistemi di comunicazioni non ci sia un ritorno economico per chi ci scrive. Questo fa si che dopo un certo periodo di tempo, la tendenza e la voglia di scrivere vada scemando e ci si limita ad un appiattimento della notizia. Creare <strong>contenuto originale</strong> che invogli il dibattito, infatti, costa sia in termini di tempo che in termini di soldi.<br />
D&#8217;altro canto i blog, come tutti i figli del web 2.0, hanno il vantaggio di raggiungere una buona fetta di popolazione. Con alcuni accorgimenti possono diventare un grande strumento di comunicazione scientifica con alcuni accorgimenti:</p>
<ul style="text-align: justify;">
<li>Puntare sul contenuto</li>
<li>Non sottovalutare il lettore, il cui contributo è fondamentale.</li>
<li>Fare degli articoli brevi, concisi, in cui più che dare la notizia ed eviscerarla in tutte le sue declinazione, sarebbe giusto puntare sul dibattito.</li>
<li>Trovare un metodo di monetizzazione capace anche in parte di sostenere l&#8217;attività onerosa del blogger.</li>
</ul>
<p style="text-align: justify;">Cosa ne pensate?</p>
<p style="text-align: justify;">fonti:</p>
<p style="text-align: justify;">Y. Castelfranchi, <em>Control societies and the crisis of science journalism</em>, Jcom 08(04) (2009) E.<br />
I. Kouper, <em>Science blogs and public engagement with science: practices, challenges, and opportunities</em>, Jcom 09(01) (2010) A02.</p>
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		<title>Una nuova arma per la lotta al tumore al seno</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Feb 2010 06:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Matteo Di Rosa</dc:creator>
				<category><![CDATA[Notizie]]></category>
		<category><![CDATA[alpha-fetoprotein]]></category>
		<category><![CDATA[gravidanza]]></category>
		<category><![CDATA[Herbert Jacobson]]></category>
		<category><![CDATA[medicina]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca]]></category>
		<category><![CDATA[tumore]]></category>
		<category><![CDATA[tumore al seno]]></category>

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		<description><![CDATA[Una specifica proteina, chiamata AFP o anche alpha-fetoprotein, sintetizzata durante la gravidanza, inibisce la crescita del cancro al seno. Presto, quindi, la lotta al carcinoma mammario potrebbe essere combattuta con una nuova e più potente arma. Lo dimostra uno studio pubblicato sul Cancer Prevention Research (il giornale dell&#8217; American Association for Cancer Research) e condotto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Una specifica proteina, chiamata <strong>AFP</strong> o anche <strong>alpha-fetoprotein</strong>, sintetizzata durante la gravidanza, inibisce la crescita del <strong>cancro al seno</strong>. Presto, quindi, la lotta al carcinoma mammario potrebbe essere combattuta con una nuova e più potente arma. Lo dimostra uno studio pubblicato sul <em>Cancer Prevention Research</em> (il giornale dell&#8217; American Association for Cancer Research) e condotto da un team di ricerca guidato da Herbert Jacobson, un ricercatore del Center for Immunology and Microbial Diseases e del Department of Obstetrics, Gynecology and Reproductive Sciences del Albany Medical College di New York.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-846"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Studi recenti avevano già dimostrato che alcuni ormoni rilasciati durante la gravidanza, come gli estrogeni, il progesterone e l&#8217;HCG (Human Chorionic Gonadotropin) hanno la capacità di ridurre il rischio per le donne di sviluppare un tumore al seno. L&#8217;équipe di ricerca guidata da <strong>Jacobson</strong> ha notato, però, che somministrando questi ormoni a ratti esposti a sostanze cancerogene si registravano elevati livelli sierici di alpha-fetoprotein e diminuiva l&#8217;incidenza di sviluppare tumori al seno. Secondo il team di ricerca, inoltre, proprio l&#8217;AFP inibiva direttamente la crescita di cellule del carcinoma mammario in coltura suggerendo un ruolo chiave per la proteina in questione, più degli ormoni che invece la sintetizzano.</p>
<p style="text-align: justify;">I dati raccolti da questa ricerca non possono, tuttavia, essere ancora utilizzati per una <strong>sperimentazione clinica</strong>. Lo conferma Powel Brown presidente del Dipartimento di prevenzione clinica del cancro dell&#8217;Universita del Texas che attacca &#8220;I ricercatori non hanno ancora dimostrato direttamente l&#8217;attività inibitoria dell&#8217;AFP ma hanno trovato un&#8217;associazione tra gli ormoni rilasciati durante la gravidanza e la prevenzione dei tumori mammari. Inoltre il trattamento non è riuscito nel 100 per cento dei casi ma sembra prevenire o ritardare la formazioni di tumori mammari soltanto nel 30-50 per cento dei casi&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno studio promettente, quindi, che suggerisce però ulteriori ricerche, prima di passate ad una sperimentazione clinica, per comprendere meglio il funzionamento dell&#8217;alpha-fetoprotein.</p>
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